La speranza è un farmaco”: il valore delle parole nella relazione medico-paziente

farmaco tumore

Un approccio delicato e sensibile, parole di conforto e fiducia, possono contribuire alla risposta positiva a una cura. Di questo parla il saggio di Fabrizio Benedetti, uno dei massimi studiosi al mondo dell’effetto placebo

ROMA – A chi non è capitato di trovarsi in una circostanza di malattia, se non personale, di un amico, un conoscente, un parente. Quanti poi, si saranno imbattuti con il dispiacere di sentirsi esporre la gravità (o meno) della situazione, senza un appropriato supporto psicologico, senza il dovuto accompagnamento, senza le parole e l’ascolto adeguati (che dovrebbero rappresentare la regola in tutte le patologie e nel rapporto medico paziente). Tutti speriamo in qualcosa, “ma il malato spera più di ogni altro” e nel lungo percorso compiuto da quando si ammala fino a quando spera di guarire, le parole rappresentano il mezzo più importante per infondere speranza. Intesa come aspettativa di un futuro migliore per la propria salute. E le persone dalle grandi speranze, tollerano meglio il dolore.

Le parole dette al malato muovono delle molecole sul cervello e attivano una serie di meccanismi che fanno stare meglio chi soffre. È quanto tenta di spiegarci “La speranza è un farmaco” di Fabrizio Benedetti, uno dei massimi studiosi al mondo dell’effetto placebo. Nel saggio pubblicato dalla Mondadori (2019), il professore di fisiologia umana e neurofisiologia all’Università di Torino, presenta un approccio rivoluzionario alla malattia e alla guarigione, soprattutto sull’influenza che il comportamento del terapeuta ha sul malato e sulla sua capacità di reagire positivamente alla malattia. È il concetto chiave del libro e recenti scoperte sembrano dimostrarlo. “Le parole attivano le stesse vie biochimiche di farmaci come la morfina e l’aspirina”, sono potenti frecce che colpiscono precisi bersagli nel cervello e questi bersagli “sono gli stessi dei farmaci che la medicina usa nella routine clinica”. Quindi, un approccio delicato e sensibile, parole empatiche, di conforto e fiducia, possono contribuire alla risposta positiva a una cura.

Scrive Benedetti: “La domanda che ci ponevamo era: credere fermamente nella terapia e nel proprio medico aiuta a ridurre il dolore?”. La risposta è nel messaggio che lancia in questo libro, parlando sì di scienza, ma raccontando anche brevi storie di pazienti. “Solo con questo duplice approccio, la scienza da una parte e la prospettiva di chi soffre dall’altra, è possibile comprendere la vera forza della speranza nella sofferenza e nella malattia”. Ma il medico non è l’unico responsabile, molto dipende dal malato: “è cruciale che comprenda che il suo stato psicologico influisce sulla malattia e i suoi sintomi”, per produrre effetto, quindi, le parole devono essere supportate dalla motivazione del paziente.

“Le parole di speranza sono un ingrediente cruciale della terapia e, come tali, devono essere parte integrante della pratica medica. Ma di farmaci efficaci a cui non si può rinunciare ce ne sono tanti. La terapia giusta è fatta quindi sia di farmaci sia di parole” sottolinea il professore. Comprendere i meccanismi neurobiologici dell’interazione medico paziente può condurre a una migliore pratica della professione clinica, oltre che a una migliore comunicazione sociale e politica sanitaria. La condotta empatica e compassionevole di tutto il personale potenzia la speranza del malato, poiché incrementa la fiducia nella terapia e le aspettative di miglioramento ma, sfortunatamente, tale modalità non è sempre presente nella formazione. Basta ricordare al modo in cui a volte, si viene informati delle diagnosi gravi e la gestione della speranza in prospettiva. Molti medici “non sanno comunicarle e quello che ne deriva è spesso irreparabile” perché la diagnosi negativa è spesso vista dal malato come “una sentenza di morte”. È fuori dubbio – si legge nel testo – che la comunicazione deve contenere la verità del caso ma, è altrettanto certo, che bisogna “lasciare ampio spazio alla speranza”.

Alcune pagine affrontano anche il tema delicato e cruciale della malattia terminale, di chi ormai “non ha più la speranza di guarire”. Anche in questo caso il nostro cervello e lo stato psicologico mettono in atto “nuove strategie di sopravvivenza, che mirano a superare la certezza di morire”. La mente si focalizza, non più sulla guarigione ma sulla speranza di vivere in eterno (credenti o non) che, si legge, “è il meccanismo di sopravvivenza più potente che ci sia in natura”. L’idea di sopravvivere alla malattia e l’idea di sopravvivere alla morte “non sono molto diverse”.

TRATTO DA: https://www.superabile.it/cs/superabile/salute-e-ricerca/20191007-speranza-farmaco-recensione.html